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Chiara Capellini

"Waste Collection"

 

Waste collection #1 #2 #3

Triennale di Milano 2014

 

Lo scarto, il consumo, lo spreco, la collezione, la traccia. Chiara Capellini mette in mostra un lungo processo di studio, viaggio e ossessiva ricerca di residui lasciati in qualche modo dall’uomo. Residui come frammenti di un passaggio – casuale o volontario –, di un’azione sviluppata con un fine preciso, ormai normale e incontrollato, quello della produzione a catena per un consumo finale.

Il percorso della Capellini nella sala della Triennale è chiaro e tangibile. Suddiviso in 3 livelli lavorativi, ognuno concatenato all’altro per propensione naturale dell’artista, curiosa, impetuosa osservatrice dei più piccoli dettagli che circondano ogni gesto quotidiano, suo o degli altri, che da un’azione casuale di qualche anno fa, da cui è nata la prima serie in esposizione, ha via via sviluppato l’interesse nel collezionare scarti.

 

I Drippings. Quelle microsculture dalle forme casuali, diverse, quasi antropomorfe, sono il residuo dell’assiduo lavoro pittorico dell’artista che, casualmente, recuperando dal pavimento del suo vecchio studio gli scarti delle colature di acrilico utilizzato su grandi tele, hanno assunto dimensione e forma diverse grazie al supporto concettuale dell’artista. Perché da una semplice traccia sul pavimento non si può ricavare un oggetto unico, tridimensionale? Una piccola, preziosa opera d’arte. Da osservare, oggi, anche sotto teca, per scrutare tutte le sue piccole, diverse, potenzialità. Ecco che l’azione duchampiana del capovolgimento di senso e funzione e, perché no, del luogo, ha effetto e senso anche qui. Dallo scarto dell’opera a opera.

 

Le Carte da forno. Un passo, anzi due, di avanzamento: comprendere le potenzialità di una traccia, e il viaggio.

Dal personale lavoro sul recupero del residuo e la creazione di una nuova forma e funzione, Chiara Capellini ha così incominciato un percorso preciso, spinta da una compulsiva osservazione e necessità di catalogare e collezionare più dettagli possibili. Da un gesto apparentemente normale e semplice, da un’azione quotidiana come quella di un panettiere, un artigiano che manualmente, ogni giorno, restituisce una forma a una materia di prima necessità come il pane, ecco che ha preso vita il secondo progetto: recuperare il maggior numero di carte da forno utilizzate dai fornai di tutta Italia, rubando le tracce di questo lavorìo e rendendole anch’esse opere uniche.

Chiara ha così incominciato un viaggio in diversi capoluoghi d’Italia. Da Milano – dove l’idea archetipa ha iniziato nei forni dello storico Gianni Berni – a Roma, Venezia, Bologna, Firenze, Padova, Napoli, Ischia, Bari, per portare via i residui di questo lavoro quantitativamente impressionante. Le carte da forno hanno impressa la traccia di ciò che è stato prodotto. Come una sindone, questo velo, oggi utilizzato dai forni che hanno grande richiesta – l’artista ha infatti scelto città con più di 200,000 abitanti – è necessario per una produzione sempre maggiore, come risposta a un consumo maggiore. Il cibo come bene primario di cui l’uomo ha necessità.

Ecco che le carte da forno vengono cercate, selezionate e collezionate dall’artista per poi renderle una testimonianza di un passaggio. Alcune, quelle esteticamente più armoniose, sotto teca e ordinate con un codice alfanumerico che indica anche la città di provenienza, come pezzi unici, come reperti creati dalla mano dell’uomo e trasformati dal pensiero e un grande lavoro di chi ha saputo coglierne un’altra essenza. Altre appese con piccole calamite, dal fluido e volatile impatto tridimensionale, dato dal gioco di luci e ombre.

 

I Color testers. Il terzo sviluppo. L’uso e il consumo dell’uomo attraverso un suo gesto di prova.

Nei negozi di colori e nelle cartolerie di tutto il mondo l’utente ha la possibilità di fare delle prove: un foglio, un taccuino o un quaderno vengono messi a disposizione del pubblico per scarabocchiare e verificare il prodotto che vuole comprare.

Chiara Capellini, attraverso un gesto banale e quotidiano, per lei – quello di acquistare dei colori – un giorno a New York, in un luogo magico per qualsiasi artista, è rimasta impressionata dalla bellezza dell’accumulo dei color testers. Fogli su fogli, scarabocchi su scarabocchi raccolti nelle città tra le più frequentate dagli artisti: New York, Berlino, Londra, Parigi, Barcellona, Tokyo, Roma, Milano. Nuovamente la necessità di documentare un gesto compiuto da molti, un ghirigoro, una scritta, una frase, un colore, diventano altro da sé, dal loro utilizzo comune. L’artista ha rielaborato queste tracce del passaggio di molte persone e le ha incorniciate come singole opere d’arte contemporanea.

 

Waste collection #1 #2 #3 rappresenta un percorso di circa 5 anni, una ricerca costante, senza posa, messa in evidenza ed elaborata in una maniera esteticamente perfetta per un luogo, un Museo, dove tutto assume un’altra forma e ogni traccia è diversa dall’altra. Bruno Munari nel 1992 ha scritto “Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch'io, vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima”. La Capellini per prima ha osservato e capillarmente elaborato dei frammenti di queste “piccole” cose, trasformandoli attraverso una lunga elaborazione dal duplice risvolto concettuale/formale creando 3 macrocosmi ben strutturati e legati a temi oggi molto discussi: un frenetico consumo e acquisto di materiale (“una shopping mania”) – elaborato attraverso il recupero dei color testers -, di cibo – ormai altra frenesia del nostro tempo (“la foodmania”), e una creatività abusata, come nel dripping, dove il colore rappresenta ingordigia (“una creativity mania”).

In un ciclo eternamente in evoluzione, ma che può, appunto, avere altre chiavi di lettura.

 

 

Rossella Farinotti

 

 

 

 

 

http://www.artwort.com/2014/07/08/arte/intervista-chiara-capellini-dallo-scarto-allopera-darte/